Il fotografo Ennio Brilli ad Auschwitz


Ennio Brilli è un fotografo, vive a Fermo e ha realizzato vari reportage in Messico, Cuba, Peru',
Bolivia, Ecuador, Amazzonia nord occidentale, Algeria, Tunisia, Etiopia, Nepal, ex Jugoslavia ed in altri paesi europei.  Ha tenuto mostre personali a Palermo, Bari, Pescara, Roma, Milano, Venezia.
Ha pubblicato su molte riviste, da "Diario", "Nuovi Argomenti", "Gente Viaggi", "Gente di Fotografia” a "Il Manifesto", "La Stampa” e "Smerilliana”.  Tra le sue ultime pubblicazioni  "Consiglio di classe” (ed. Ediesse, 2009),  "Il fiore della serpe” (ed. Cattedrale, poesie di Enrico D'angelo, 2009),  "Viaggi da Fermo" (ed. Laterza, testi di Angelo Ferracuti, 2009). Ha preparato una commovente mostra fotografica "Vuoti gli occhi”, dedicata ad Auschwitz, che si terrà dal 13 settembre al 4 ottobre, nel corso della settimana della fotografia, nella sala Boccabianca di Potenza Picena (Mc).

Noi lo abbiamo intervistato. 
Come è nata l’idea di questa mostra?

Andare ad Auschwitz per me era una necessità. Ho sempre sentito parlare del campo di concentramento, ho letto e riletto Primo Levi, ho visto le immagini di repertorio. La mia scuola media era una scuola unificata con una sede di Roma, dove metà delle lezioni erano “frontali” e metà consistevano nell’imparare attraverso documentari che ci venivano mostrati in televisione. Così ho memorizzato molto presto quelle immagini di prigionieri magri, infreddoliti, con i pigiami leggeri e le scarpe sfondate. Era un posto che ho sempre ricreato nella mia mente anche attraverso i racconti, come quelli che riguardavano uno zio disperso in Albania o forse in Grecia, le testimonianze della gente a me vicina, come quelle di un mio zio prigionerio in Germania, che per sopravvivere alla fame raccoglieva bucce di patate. A ancora, del mio amico fotografo di Senigallia, Ferruccio Ferroni, a cui sono stato vicino fin quando è mancato, che è stato ufficiale e i cui racconti erano sovrapponibili alle storie che avevo sentito.
Io sono del 1951, e sono nato a Carassai, in provincia di Ascoli, in mezzo alla terra, tra monti e mare, in un paese dove non c’era nulla, in una famiglia patriarcale. L’inverno ci si scaldava nella stalla e con le bestie, come facevano tutti i contadini o allevatori di quel tempo. Ci si spostava a piedi, su ponti di legno e c’era la miseria. Questa è la storia da cui vengo. A volte penso di essere nato mille anni fa, e le immagini e le esperienze della mia infanzia hanno condizionato anche il mondo con cui ho vissuto la visita ad Auschwitz.

A quando risale la sua visita al campo di Auschwitz?

Sono stato circa 5 anni fa. E ho deciso di partire da solo, e d’inverno. Era inverno in quelle immagini viste, e ho pensato che da solo avrei potuto riflettere, immedesimarmi. Volevo sentire il freddo nelle ossa, e cercare di capire il più possibile. Il primo giorno ho ascoltato le spiegazioni di una guida, il secondo giorno sono voluto tornare da solo, mi sono immerso in quella Storia, come in un pellegrinaggio religioso.

Di che foto si tratta? 

La mostra è costituita da 25 fotografie. Mi ha colpito il bianco e nero di quel posto, e l’ho voluto riprodurre. Io tendo ad essere molto emotivo nel mio lavoro, perciò ho voluto ritrarre ciò che ha segnato la mia esperienza in quel posto.

C’è un’immagine o una sensazione particolare che l'ha colpita?

Seguendo le mie emozioni sono stato attirato da certi oggetti che avevano dietro un possibile racconto. Ad esempio, c’è una foto di una scarpetta rossa. Era una scarpina da ragazza, un po’ civettuola, elegante. Non solo ho immaginato la ragazza che la portava, ma che l’abbia voluta mettere credendo di andare in qualche bel posto, quando è stata deportata. Magari pensava che si sarebbe trasferita in un luogo dove sarebbe andata a ballare, per conoscere dei ragazzi. C’erano poi dei barattoli in una teca. Ho scoperto che erano i barattoli del gas che veniva diffuso nelle cosiddette “docce”. La mia attenzione è stata attirata da simboli, che rappresentavano la vita là dentro. Ho cercato, per quanto possibile, di guardare quel terribile mondo con gli occhi del deportato.
(Il programma completo della settimana è su http://www.fcpp.it/settimana-della-fotografia/ )
"Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi, e freddo il grembo
Come una rana d’inverno"
è un estratto della poesia iniziale di Se questo è un uomo, di Primo Levi.

Sara Bonfili

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