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VAIA, la tempesta dal nome di donna

Sono i giorni di un triste anniversario. Vaia.

 


Il 29 ottobre di un anno fa ettari ed ettari di foreste alpine furono abbattuti da un vento di scirocco che superava i 200 km orari e che con una intensa perturbazione provocò il maltempo sul Nord-Est italiano.

La tempesta Vaia, la tempesta dal nome di donna, interessò Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli a seguito di una forte perturbazione di origine atlantica che si concretizzò in costanti piogge, esondazioni, smottamenti e schianti di alberi. Il tutto iniziò con un'allerta rossa della protezione civile veneta e diventò tempesta, tra il 26 e il 30 ottobre 2018. Dalle immagini dei satelliti si comprende come il maltempo fosse esteso anche alle vicine Croazia, Austria e Svizzera.

Sul Passo Rolle in Trentino il vento raggiunse i 217,3 km/h, facendo crollare intere foreste, tra il Lago di Carezza in Alto Adige, tra le Valli di Fassa e di Fiemme (in particolare il parco naturale di Paneveggio), l'Altopiano di Piné, i boschi dei Lagorai; in Veneto furono colpiti l'Altopiano dei Sette Comuni (soprattutto la Val d'Assa e la Piana di Marcesina), la Val Visdende, l'Agordino (Rocca Pietore, Colle Santa Lucia, Caprile, Alleghe, il cui lago tracimò). In Friuli le Alpi Carniche. Interessata anche la Valcamonica in Lombardia.

a Passo Costalunga

In poche ore crollano ponti, esondano fiumi vicini ai centri abitati, con la morte di una donna travolta dal fango e un giovane padre colpito da un fulmine. Al post Vaia va attribuita anche la morte di una boscaiolo a Tione.


Se volete conoscere la vicenda meteo da un professionista, volto noto di Mediaset e collaboratore di testate giornalistiche, vi rimandiamo alla nostra intervista al meteorologo di Meteo Espert FLAVIO GALBIATI.

Il lago di Carezza ghiacciato, che ha il bosco che da sempre lo caratterizza, dimezzato. 150 anni circa passeranno prima che torni al suo aspetto originario

 

L'effetto definitivo di Vaia sulla natura è la vista degli alberi schiantati, che da dodici mesi caratterizzano i panorami di montagna.  Quegli alberi che ho sotto ai miei occhi, come tutti gli abitanti della valle. 


Saliamo su una 4x4 per andare a vedere quel che resta della foresta


 

Il ritorno alla normalità

Qui in Val di Fassa la gente mi ha raccontato di aver sentito il rumore, e immaginando che la pioggia sarebbe diventata più forte, di essersi chiusa in casa. Ma di aver presto capito che se in tarda serata era rimasta senza luce, quei botti non erano tuoni. Dovevano essere schianti di pali della luce, di abeti, di larici.

Se il soccorso è stato immediato, alle chiamate che gente spaventatata e senza luce ha fatto ai vigili dei fuoco, quegli angeli che hanno il compito di raccogliere informazioni e invitare alla calma, nei momenti di calamità, gli interventi di ripristino di strade e collegamenti sono stati altrettando rapidi.

Alcuni più immediati e relativamente semplici, altri complicati per la pendenza del terreno, l'estensione delle aree, la difficoltà di muoversi con mezzi ingombranti, la necessità di ricostruire strade, alzare teleferiche per andare a smuovere i resti del bosco.

Una grande multinazionale Austro-slovena è la principale responsabile dello smaltimento del legname e di tutti i lavori in sicurezza nei boschi schiantati. Ai privati è stato assolutamente vietato di intervenire, anche fosse per rimuovere gli alberi sul proprio terreno.
Al Passo di Carezza, Alto Adige, Bolzano, appena scioglie la neve, inizia il lavoro sugli schianti. Queste sono le immagini scattate a marzo 2018.

Al lavoro, nel freddo


Vado infatti a vederli, gli schianti, mi accompagna Fernando, un amico, presidente dell'Union di Ladins de Fascia, più che un giornalista e un esperto, uno storico conoscitore di quella che si dice Ladinia. Una persona di profonda cultura e infinita curiosità.
Andiamo a Carezza, parliamo con gli operai della ditta. In alcuni luoghi più impervi ci accompagna Luigi,  custode forestale nelle valli di Fiemme e Fassa, di famiglia bellunese e importante esponente di una associazione ambientalista di montagna, che ci parla dei danni immediati e futuri di questo disastro naturale. Lo intervisto, mi spiega tutto con dovizia di particolari.


Gli operai lavorano, e Fernando che di noi tre è l'unico che parla tedesco, chiede informazioni



Gli alberi si sollevano a uno a uno, o a due a due al massimo, con la teleferica.



Le radici dei tronchi tagliati vengono lasciate, perché naturalmente daranno vita al nuovo albero. Il bosco della Malga Secine che colorava questo pendio non c'è più.


Mi arrampico tra fango e cataste per avere il colpo d'occhio del pendio sotto il Passo, poco sopra la Malga Secine. Non c'è bosco, ma sparuti alberi verdi che si alternano a fiammiferi spenti, mangiati da Vaia.

Grandi pinze da dentista estirpano gli alberi. Macchine ungulate in grado di decorticarli, sollevarli, impilarli. Autoarticolati enormi per trasportarli. Un freddo tagliente ci accompagna, rende rossa la pelle del viso e delle mani. 


I lavori devono proseguire, gli operai devono esser concentrati ora che non scioglie la neve e lavorano in fretta prima della stagione turistica.
Si apre un altro  turismo, un'altra estate sarà, un altro Trentino-Alto Adige che convivrà con una nuova segnaletica per i sentieri, con valli chiuse, la viabilità cambiata e le strade interdette ai non adetti ai lavori.

Con una ferita per gli occhi della gente del posto e dei turisti.


Le cataste di tronchi a pochi metri dal Passo Costalunga (o Carezza)

Perchè, come dicono tutti i telegiornali di questo primo anniversario, c'è un prima e un dopo Vaia. E quella signora, il cui nome è stato "donato" a un archivio meteorologico tedesco che serve a denominare gli eventi in modo causale, e che nulla sapeva di questo regalo di un suo parente, avrà un pensiero in più, nella sua vecchiaia.

 

Sara Bonfili



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